Quando ero bambino, spesso rubavo la bicicletta di mio papà. La novità? Continuo a farlo ancora oggi che sono uomo e che forse potrei comprare una bici di quelle super leggere con telaio in carbonio. Ma a cuor non si comanda. La bici di mio papà, che prima di lui era di mio nonno, è una vecchia bici da passeggio arrugginita, con il freno a tampone sulla sola ruota anteriore ed il fanale a carburo che io mi divertivo ad accendere e poi a regolarne l’intensità della fiammella con la vite zigrinata. Pensate voi, neanche arrivavo sui pedali ed allora rimanevo in piedi e pedalavo veloce, veloce senza nemmeno sedermi sulla bella sella in cuoio rivettata. Mi piaceva correre, con il vento in faccia, sulla strada bianca che da Casevecchie arriva fino a Torre di Montefalco. Il periodo più bello per farlo era l’autunno perche mi divertivo a fare lo slalom tra la pioggia di foglie dorate dei pioppi, che scendevano dall’alto dei rami. A Torre di Montefalco mi fermavo e guardavo, dal ponticello che attraversa il paese, gli anatroccoli che seguivano la loro mamma sul bel fiume, tutto verde, per le tante alghe galleggianti; qualche volta lanciavo un sasso e le alghe si aprivano attutendone il rumore. Altre volte il sasso rimaneva in superficie, se cadeva su una foglia di ninfea o su un assembramento un pò più spesso di quelle alghe verdi. Le rane, sempre, si tuffavano come impazzite. Da li rimontavo sulla mia bici e continuavo, seguendo lo scorrere del fiume, verso Bevagna. La mia bicicletta è vecchia, è vero, ma è diversa dalle altre. Io riesco a parlarci con la mia bicicletta e scommetto che lei riesce ad ascoltarmi anche se non ha orecchie per ascoltare. E riesce perfino a rispondermi, anche se non ha bocca per parlare. È per questo motivo che io, da sempre, utilizzo quella vecchia bicicletta, conservata, di mio padre se devo fuggire da qualcosa. Lei per me è un oggetto magico come la scopa per la Befana o la slitta per Babbo Natale. Da Lei ricevo consigli come da una amica che mi vuole bene. Ricordo che una volta fuggii ed arrivai tanto, ma tanto lontano perché mia mamma mi voleva portare dal dentista. Ho sempre avuto paura, ed ancora oggi ne ho, del dentista che ti mette quelle mani grosse, come pale, in bocca… come fai a fidarti fino in fondo di un dentista! Un’altra volta, invece, scappai, ma ero già grande, per non andare ad una lezione dove un “magnifico lettore”, travestito con vesti regali e mantella di ermellino, come un finto re del 1600, ci avrebbe voluto presentare il nostro altrettanto magnifico futuro se avessimo seguito le sue regole. “Ma dai… meglio andare in bicicletta, dai retta a me”, pensavo ogni volta, “meglio ricevere insegnamenti dalla mia vecchia bici”. Ti giri a destra e vedi il monte Subasio con Spello ed Assisi incastonate come pietre preziose. Ti giri a sinistra e vedi le meravigliose colline che degradano da Montefalco a Bevagna, coltivate a sagrantino. Vuoi mettere? Insomma la bicicletta, arrugginita con il suo fanale a carburo ed il suo freno a tampone mi ha accompagnato sempre e da lei ho imparato tante cose. Ho imparato che devi essere Libero se vuoi avere una tua Etica e quindi che mai nessun “dentista” potrà metterti le mani in bocca per non farti parlare. Ho imparato poi che in giro esiste pochissima grandezza, ma invece esiste tanta mania di grandezza, come quella che vidi ed ascoltai tanti anni orsono nelle parole di un tale, che era poi soltanto un lettore che si credeva magnifico. Io che sono stato li da solo a parlare con la mia bici, una cosa vera te la so dire: la vita, in fin dei conti, è come andare con la mia bicicletta arrugginita. Se vuoi rimanere in piedi, schivando le belle foglie dorate dei pioppi che scendono in autunno a Casevecchie, devi soltanto pedalare.