L‘autore del libro italiano più bello sulla neonata bicicletta – romagnolo come la maggior parte dei prosatori e poeti che dal velocipede trassero ispirazione tra la fine dell‘800 e la prima guerra mondiale — scriveva quasi cento anni fa: ―Come si chiamerà dunque il poeta italiano che fra non molto scriverà l‘ode alla bicicletta?. Ed aggiungeva: ―Virgilio cantò il cavallo, Monti il pallone, Carducci il vapore, molti la nave, nessuno ancora la bicicletta (A. ORIANI, La bicicletta, scritta tra il 1897 ed il 1899). Non sapeva, il superbo e profetizzante ―solitario del Cardello, che quel poeta, nato nella sua stessa terra quattordici anni prima di lui, aveva già un nome e si accingeva a scrivere l‘ode di cui egli lamentava l‘assenza. Anzi, quel carme non solo sarebbe stato scritto, nel dicembre 1899, prima che il suo libro vedesse la luce, ma anche pubblicato, magna laude ornatum, ad Amsterdam, apud Io. Mullerum, nel 1900. Probabilmente, se anche avesse letto quel componimento, non avrebbe modificato il suo testo, tanto era convinto — forse a ragione, questa volta — che la vera consacrazione letteraria della bicicletta la stava operando lui stesso, sia pure in prosa.

…Il meglio della produzione letteraria dell‘umanista lughese va cercato, si diceva, nei trepoemetti latini, che costituiscono la sua opera poetica di libera invenzione, la sola veramente e profondamente originale, scritta non casualmente negli ultimi anni, quando il Graziani ha ormai preso coscienza dei propri mezzi e sa di poter poetare senza appoggiarsi a testi di altri.Il primo è Bicyclula, stupenda celebrazione dello sport, come la definì Santi Muratori, del ciclismo in particolare, in questa terra di Romagna dove, negli anni a venire, vi saranno più biciclette che uomini, quando l‘umile veicolo, dopo la prima stagione borghese, si proletarizzerà e diventerà strumento di lavoro e di lotta, oltreché di svago, per i braccianti. Il poemetto di 557 esametri suscitò notevole sorpresa, e non solo per l‘originalità e la modernità del soggetto, come solitamente si crede. In fondo, chi tra secondo Ottocento e primi anni del Novecento poetava in latino, prediligeva soggetti moderni ed insoliti, ad eccezione del maggiore di essi, il Pascoli. In latino erano state celebrate la caldaia a vapore, la ferrovia, il gas, il telegrafo, il caffè e… le uova al tegamino (lo aveva fatto Gioacchino Pecci, prima di diventare Leone XIII e di scrivere intorno a ―cose nuove di altra natura). La stessa bicicletta era stata già mediocremente cantata in cento esametri da G.B. Giorgini, senatore del regno. La sorpresa di fronte al poemetto del Graziani veniva dalla sua elevata qualità letteraria e dall‘ispirazione autentica che lo pervade. Poggiava quindi su requisiti che hanno conservato il loro potere di suggestione anche a distanza di quasi un secolo.Il poemetto è dunque un entusiastico inno alla ―divina, essenziale, silenziosa e —aggiungiamo noi che sappiamo a quale inferno abbia condotto la motorizzazione — ecologica macchina che ha reso l‘uomo e la donna più liberi di quanto non fossero stati mai, come intuirono, negli stessi anni del Graziani, Zola in Francia, Oriani e Olindo Guerrini in Italia. E che costituisce una fonte inesauribile di piacere, di ebbrezza fisica e di esaltazione emotiva, perché ci colloca in un rapporto nuovo col nostro corpo, libera la mente, ci immerge nel paesaggio, ci fa correre nell‘aria con le nostre sole forze, ci permette di conoscere agevolmente luoghi e persone prima sconosciuti, risveglia quel tanto di sano agòn che sonnecchia anche nel più pacioso degli uomini. C‘è tutto questo in Bicyclula, come poi nel secondo poemetto, ed è singolare come l‘ultrasessantenne e sedentario e contemplativo Graziani, di cui nessuna fonte o testimonianza dice che fosse ciclista, abbia saputo interpretare ed esprimere lo spirito del ciclismo, che sedusse allora e trascinò in avventurose corse sulle due ruote poeti e scrittori, particolarmente in Romagna.Nunc mihi pertenui dicenda Bicyclula cantu, ―intendo dire con umile verso le lodi della bicicletta, traduce Vittorio Ragazzini, che del Graziani fu amico e quasi figlio spirituale. Così prende avvio il primo dei due carmi ciclistici, che continua con la descrizione della costruzione della prima bicicletta ad opera di Vulcano: una pagina di inverosimile virtuosismo, se considerate che Graziani doveva parlare, in latino classico, di moltipliche, pignoni, catene, manubri, pedali, raggi, pneumatici (gummea tegmina). E continua poi con raduni ciclistici, festeggiamenti, sfilate, cui partecipano le rappresentanze di molte città, comprese l‘aemulaque excelsae Romae veneranda Ravenna e Lucus ipse, s‘intende. Il carme devia per breve tratto, descrivendo una corsa su pattini in Olanda — omaggio o captatio per i giudici del Certamen Hoefftianum? —, ma si riprende subito con un‘emozionante gara ciclistica su pista, in cui trionfa, in volata, il rappresentante dell‘Umbria, per chiudersi infine con l‘apostrofe alla prodigiosa macchina:
O amor et studium o magna insuperata voluptas

Labentis saecli, saeclis tradenda futuris;

O cunctis suprema salus mortalibus aegris,

Salve o, atque iterum, divina Bicyclula, salve.

Più lungo (770 esametri) e di intonazione narrativa In re cyclistica Satan (Satana nel ciclismo, nella traduzione dello stesso autore), la cui ―ideologia è dichiarata fin dalla citazione lucreziana in esergo: . . . arctis — Relligionum animos nodis exsolvere pergo (nel carme precedente l‘intento celebrativo dell‘uomo e della sua intraprendenza era affidato a Marziale: hominem pagina nostra sapit). Prima di dare inizio al racconto, che sarà invero alquanto macchinoso e rocambolesco, l‘autore dichiara il proprio assunto — si cita questa volta dalla traduzione in prosa dello stesso Graziani —: ―E dirò come e di che arti infernali il fanatismo e una cieca superstizione si giovassero, perché la Bicicletta, che pur nacque sotto l‘influsso di benigna stella, non potesse il suo pacifico impero distendere su tutti i popoli della terra. E‘ significativo, perché il Graziani era un cattolico praticante, che le ―arti infernali siano nel carme messe nelle mani di un sacerdote, brava persona peraltro, ma odiatore di ―tutti i portati del moderno progresso, a cominciare dalla bicicletta, opera del diavolo (Nonne igitur Satan tam detestabile monstrum —invenit?). Il faustiano racconto, col diavolo e la sua vittima in bicicletta, che egli fa per dissuadere il figlio del suo ospite dall‘uso del velocipede, non sortisce l‘effetto voluto, anzi il carme si chiude con l‘orazione defensoria del giovane: ―Ah! La bicicletta non è, non è vivaddio, una invenzione di Satana, ma il frutto di lunghe e aspre battaglie fra la natura e l‘uomo, ma il portato di mille prove e riprove dell‘ingegno che poi creano la scienza e accrescono più e più sempre il patrimonio dell‘umano sapere. Verrà giorno — conclude l‘entusiasta giovane e con lui il non meno visionario umanista — che l‘umanità sarà affratellata dalla bicicletta e la pace mantenuta da una legione internazionale di ciclisti, che interverrà contro gli aggressori, con nella destra la spada e nella sinistra un ramo d‘ulivo (hinc gladium feret, hinc ramum praetendet olivae). Come si vede, il contingente di pace dell‘ONU, per quello che può valere, non è un‘invenzione dei nostri anni.Lo spunto per il racconto intimidatorio del prete, e forse per tutto il poemetto, venne alGraziani da un articolo apparso su ―Il Resto del Carlino del 22 agosto 1901 e conservato tra le sue carte, in cui si parla di un pope amante della bicicletta cui il vescovo ne vieta l‘uso perché essa ―è un‘invenzione del gran nemico Satana. Il Graziani, che in un passo del poemetto esalta i sacerdoti che accorrono in bicicletta al capezzale dei moribondi, sembra ignorare i divieti in vigore per molto tempo — senza scomodare Satana per la verità —anche nei confronti del clero cattolico. Sono ben noti. Basti richiamarne uno, di casa nostra: il documento approvato dalla conferenza episcopale dei vescovi romagnoli del 20 ottobre 1909 (Forlì), in cui si dice che usum huiusmodi vehiculi nulla ratione esse permittendum…